Saturday, December 15, 2007

Transparency is the other side of Dialogue. This picture has a story of transparency at first and of dialogue afterwards.

It was on the Karakoram Highway, somewhere near Chilas, only a few hours away from Gilgit. With some friends we were driving south towards Islamabad when we stopped for a break.

It was very early in the morning and I was sitting on a rock looking around me.

It was very silent. Only the Hindus - running down at its winter pace - broke the stillness of the sunrise. But it was a perfect harmony: the bareness of the mountains, the emptiness of the space; the deserted highway, the shadows of some clouds over mountains and hills.

And then these shepherds with their cattle came into the picture.I pretended I didn’t exist and stayed still on the rock, fascinated by their silent move.They pretended I didn’t exist too, staring at the animals, the highway, the mountains all around.

We didn’t meet; we didn’t share that moment of proximity. For some frozen time we were transparent to each other. Irrelevant it seemed.

And yet eventually curiosity broke the spell and so the eldest man turned his head and stared at me, including me into his own landscape.

I looked at him in return and - as he kept on looking attentively at me - I slowly took the picture.

Transparency had ended, turning into a mute dialogue of reciprocate acceptance and respect.

Now, I had included him into my own landscape and memory.

Thursday, December 6, 2007

Delle Donne e il Velo...

In questi anni sento molto parlare di donne islamiche qui in Europa. Accesi dibattiti circa la questione dell’ hijab (il velo), se sia un bene o un male portarlo o favorirne l’uso; se sia dovere dei paesi occidentali abolirlo sul proprio suolo o se sia piu’ laico e civile invece il rispettarlo e acconsentirne l’uso. Spesso, sui giornali o alla televisione, in Francia come in Italia, Germania o Regno Unito si esprimono accese ed estreme posizioni sul velo islamico, con alcuni che ne difendono l’uso - paragonato ad uno schermo quasi difensivo rispetto al Mondo terreno, maschile, invadente - e altri che, furibondi, accusano il significato castrante e tutto sommato umiliante del nascondere il volto, gli occhi, il naso e la bocca di donne bambine, giovani e vecchie. Intervistate, alcune studentesse di Ankara difendono la possibilita’ del velo, altre, piu’ significativamente nel Maghreb o negli Emirati Arabi, ne denunciano il carattere reazionario e l’imposizione. Che pensare ?

Spesso, per me che ho passato molti anni tra i monti del Karakorum o tra le valli del Kashmir, tra le donne totalmente velate di Peshawar e quelle piu’ lungimiranti del Nord dell India, spesso dicevo, tutta questa discussione resta oscura, inafferrabile nel suo significato finale, forse addirittura inutile. Cosi’ come resta tuttora incomprensibile la certezza (di alcune) di poter capire il mondo femminile islamico se guardato attraverso un filtro diciamo cosi’ europeo e occidentale. Quando ho provato a capire alcuni fenomeni femminili o, piu’ in generale, di genere, in Pakistan – cercando di analizzarli, dissettarli e interiorizzarli secondo categorie teoretiche di stampo prettamente europeo – beh, ho fallito. Il mio pensiero infatti non arrivava a comprendere nel suo percorso quei dubbi, quelle contraddizioni e quelle domande senza risposte di cui e’ costituito per tanta parte il mondo femminile islamico, se non altro nella sua accezione piu’ asiatica.

E lo stesso potrei dire di percorsi al contrario, diretti cioe’ dall’ Oriente all’Occidente, secondo per altro costruzioni metageografiche che non hanno piu’ molto senso. Quando sento o leggo interventi di donne islamiche sulla questione del Velo (e per fortuna, piu’ in generale, della questione femminile in se’) spesso mi imbarazzo, e mi innervosisco, mi spazientisco (com’e’ ricco l’italiano !). Che senso ha, mi dico, comparare in maniera trionfalistica il nostro modo di vivere e il vostro, decidere cioe’ quale sia il migliore ?
La Bellezza in occidente e’ Esibizione, la Bellezza in Oriente e’ Mistero… Ma per favore ! Che banalita’, quanti schemi e costruzioni mentali contorte per cercare di inquadrare un discorso cosi’ ampio, astratto e pieno di idee, pensieri, miti, idiosincrasie personali e tradizioni collettive. Mi ricorda un po’ la Quadratura del Cerchio, che non ho infatti mai capito. E perche’ poi bisogna quadrarlo ‘sto cerchio ?

Spesso a Islamabad come a Lahore, a Gilgit, Peshawar, Srinagar o a New Delhi mi sono ritrovata costretta in circoli femminili, asfissianti nella loro inevitabilita’. Seduta tra donne imbellettate e ingioiellate, intente a divorare pistacchi e mentine all’anice, ero studiata e analizzata, messa in questione e spesso anche criticata per tutto cio’ che in me ineluttabilmente evocava le mie origini europee moderne. Mi si chiedeva perche’ mi depilavo l’arcata sopraciliare, perche’ tenessi i capelli medio corti, perche’ non volessi indossare una cinquantina di braccialetti di vetro, quelli che a metterli devi massaggiare le mani tanto sono stretti… Tutte queste domande, questi sguardi inquisitori, questa certezza di superiorita’ morale a me han sempre fatto sorridere. Perche’ non ce n’e’ bisogno al mondo, di dimostrare la superiorita’ di scelte e tradizioni. Ognuno ha le sue e dovrebbe essere anche libero di separarsene e crearsene delle nuove se questo e’ cio che desidera. La liberta’ mi sembra cosi’ tanto piu’ importante del Velo.


E tuttavia io andavo entusiasta a questi incontri, perche’ da questi incontri talvolta nascevano dialoghi avvolgenti in cui le donne mie interlocutrici si aprivano a se stesse e allora i loro sogni e le loro aspirazioni, semplici e gioiose, oltrepassavano il Velo e l’Oriente e perfino l’Islam per avventurarsi in mondi forse possibili e forse non troppo lontani. Ecco, quando questo succedeva allora li si’ che eravamo unite, io e loro, quelle donne nella forma cosi’ diverse da me eppure poi, in certi sogni, cosi’ simili.